Alfonso Filieri
Alfonso Filieri
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brani tratti dalle seguenti pubblicazioni:

LUOGHI E MISTERI DEI LIBRI FATTI A MANO-Ubik art Sacile 1996;

ULISSE DEL VIAGGIO E ICARO DEL VOLO-Carte Segrete -Roma -1978

VIAGGIO LINEARE D UN VAGABONDO ESEMPLARE-Luogo dell'orolontano-Roma- 1998;

HAIKU ANTICHI E MODERNI-Vallardi-Garzanti 1996;

TESTI DELLE EDIZIONI ARTEIN OROLONTANO

LA CARTA IL COLORE LA PAROLA- Biblioteca Nazionale Centrale 1997 

IL VOLO DI ICARO-marka 1982

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rugiada e voli

dell'alba e dei colori

-di nuovo un sogno

 haiku antichi e moderni, 1996

"dell'alba e dei colori"  pittura su carta fatta a mano, 1980

 

Girava la ruota del futuro per chi voleva entrare nel gioco dell'acqua Era così vicino il regno della tasparenza. Pure le ombre erano piccole sfere e ogni vota lune di cristallo si scioglievano. Tutto si faceva acqua su carta.

da "La carta il colre la parola" Biblioteca Nazionale Centrale-1997

 

 

"Ruota del futuro" carta cerata e carta con fibre di banano cerate -1987-

 

"Il cercho sespeso dell'acqua", carta cerata, tagli, strappi e pigmento dorato -1981- E' un libro del futuro e del passato. Una cronaca di un volo umano alla ricerca del bordo sospeso dell'acqua. I fogli di carta cerata con cera vergine, ancora oggi profumano di quella paura.

A. Filieri dal libro " Luoghi e misteri dei libri fatti a mao" ed. Ubik Art Sacile 1995

"la via agli uccelli volle ostruire con trappole di sogno" carta cerata e carta velo cerata-1981-

 

 

A ricordo dei cinquanta eroi partiti per scoprire i segreti dei secoli, frammenti dipinti su carta pergamena, carta a mano, con tempere, pastelli, inchiostri e punta secca. Rossosangue, bianco e ombre: una rete di nervi d'animali feroci. Nerofreddo e blucaldo: un intrico di lance puntate contro l'insidia. Oro e oro, oro e notte: la lira di Orfeo, lo strumento sacro della poesia.

A. Filieri dal libro " Luoghi e misteri dei libri fatti a mao" ed. Ubik Art Sacile 1995

"il canto di Orfeo" inchiostro, pigmento dorato e  carta cerata su carta pergamena-1982-

 

 

...il luogo è per chi prova con forza la memoria che affiora e affonda

qando chiama

l'anello suonante de sussurri

il miraggio èlegato saldamente alla terra e all'aria

 grido estremo è il vibrante scheletro 

fiore di rupi  assassine

allora affonda la voce catturata dala voluta prova

solo suono che cede alle lusinghe...

A. Filieri, dal libro "Sirene" ed. artein -1984-

 

"Luna dorata" esemplare unico, carta fatta a mano. 1998

 

 

frammenti da " Luoghi e misteri dei libri fatti a mano"

"Libro del picco fuoco" Carta cerata e carte veline cerate -1985-

 

LUC. Una piramide di mele verdi.

Luc Coekelberghs era un tipo di uccello leggero, fragile, con piccolo scheletro e ali invisibili. Un ragazzo farfalla, un fiammingo cenobita con gli occhi rivolti costantemente al cielo della sua arte e le mani sulla materia.

Era maggio. 1980. Il Minotauro si aggirava in ogni direzione alla ricerca di sempre nuove vittime. Nel labirinto della transavanguardia stavano incespicando uomini donne vecchi e bambini. Non c'era altro da fare che fuggire.

Nacque allora l'idea: un libro fatto a mano stampato su carta pergamena bianca e profumata cera e cotone, contenente disegni originali. In questo libro Dedalo, evocando a misura di fuga l'essenza del volo, la via agli uccelli volle ostruire con trappole di sogno.... progetto di fuga, all'avventura. In questo libro c'era anche Luc.

Anche Luc voleva fuggire da quel labirinto vociante di tristi figure un po' deformi, a volte tanto deformi, troppo rifatte ad arte. Non erano altro che piccoli opachi specchi del passato.

Da buon uccello era amante della pace, del silenzio: era un devoto cultore della bellezza e della calma. In occasione della mostra in cui veniva presentato il libro "Dedalo, o dell'architettura volante" tentava l'impresa di scoprire i segreti del volo. Vagava per la galleria, di giorno, di notte, su e gi? per i tre piani di quello spazio. Lo fece per due giorni e due notti di seguito. Prendeva con passi incerti e occhi sicuri. Preparava con calma il suo piano, il suo progetto.

La terza notte, quando gli altri artisti presenti nel libro e nella mostra avevano gi? sistemato le loro opere e organizzata la propria installazione sui muri e nello spazio della galleria e andavano a godersi il loro giusto e meritato riposo, Luc aveva appena preparato i suoi materiali. Aveva chiesto un piccolo foglio di cartoncino bianco, una matita, un taglierino, due gomitoli di spago bianco, tre acrilici: magenta, ciano,giallo chiaro e qualche mela. Mancava ormai solo la sua opera e chiese di rimanere solo. Disse che potevamo anche chiuderlo dentro la galleria. Aveva tutto quello che gli occorreva.

Era prigioniero nel labirinto, la città come al solito sibilava i suoi lamenti maleodoranti di traffico e transavanguardia: ossido di carbonio e bruciaticcio.

In quel prezioso silenzio, Luc forse si stava avvicinando al regno del volo.

Quella notte Luc sognò che uno stormo di uccelli bianchi si lanciavano in volo, da lui guidati a tessere i suoi gomitoli in alcuni punti del cielo per creare protezione contro i venti contrari e le tempeste dei mari e dei cieli.

La mattina seguente lo trovai addormentato in terra vicino alla sua opera. Aveva formato da una parete all'altra un muro bianco di fili che scendevano dal soffitto dividendo in due la stanza fino al pavimento. Leggere vibrazioni di rosso e di blu e giallo sui fili pazientemente appesi, allienati, dipinti e accostati tra di loro.

Dietro, in basso, al centro, dietro quella parete meticolosamente costruita con gesti verticali, adagiata sul pavimento sostava una piccola architettura volante.

Leggera la forma era aperta verso la fuga.

Quando mi vide, Luc, lentamente, mosse le sue ali, si alz? in piedi, prese il piatto con gli avanzi delle mele che aveva sgranocchiato con evidente perizia e disse nella sua lingua che il suo lavoro era pronto.

Era un dono, per tutti, in cambio di una piramide di mele verdi.

"Trittico della tempesta" Carta cerata, carta velina cerata e pittura su carta -1994--

EMILIO VILLA. Le mura di Tebe.

Emilio Villa era un visionario e dava l'impressione di essere a conoscenza del mistero e custodire edificanti segreti. Penso ai segreti dell'arte e alla possibilit? di vedere, trasformare la materia, inventare la materia; alla possibilità di portare il futuro nelle tasche e saper camminare in un deserto di solitudine. Emilio aveva le sembianze di un mago ma ogni tanto sembrava un uomo.

Una volta mi raccontò di una città che esisteva e non esisteva. Questa città aveva un cielo pieno di stelle che davano acqua fresca ai cani randagi e assetati quando abbaiavano forte da spaventare anche la notte stessa. Latravano così forte da sembrare lupi e lasciavano sul terreno orme di lupo. Ma dopo avere bevuto l'acqua delle stelle diventavano angeli e portavano strisciando lungo i muri delle case i sogni alle notti degli uomini.

?Io non vivo nel presente, non ho nulla da dire oggi, in italiano. Per il tuo libro ti dar? un titolo e dieci poesie. Vanno stampate come le vedi. Sono in greco antico e questa ? la traduzione. Non deve essere affatto pubblicata. Tienila come un segreto.?

Mi consegnava dieci fogli dattiloscritti piegati in due e riposti dentro una busta bianca aperta con sopra scritto "Le mura di Tebe" e altri fogli invece, aperti, svelati, scoperti scritti di suo pugno in greco antico. Sembravano ali confuse fitte fitte di piume tra le sue mani, ali di un uccello splendido che non sa come ritrovare i fili del suo volo.

Un viaggio sotterraneo per arrivare da Emilio, con Giancarlo Limoni passeggiatore in arte, parlatore di arte e pittore d'arte della pittura. Metropolitana A fino al piazzale Flaminio e trenino della Ferrovia Roma Nord, fermata piazza Euclide.

Viaggio sotteraneo, a cielo coperto quasi fin dentro la casa quasi buia del poeta.

Vibrava poca luce nella stanza in cui Emilio Villa ci fece accomodare, ma vi si respirava un'aria pura di visioni luminose sparse qua e là. Nel passato. Nel futuro. A portata di mano. In un angolo, il tebano Tiresia in panciolle, sprofondando in uno scranno, trangugiava un sorbetto di mirtilli con panna, in un altro angolo Limoni era sbiancato in volto da un riflesso ciclopico di un volume, della pregevole biblioteca di Emilio, che teneva in grembo, così che il succo della luce dei suoi occhi scivolava dentro quelle pagine.

Nel libro fatto a mano "Le mura di Tebe", contenente dieci poesie di Emilio Villa stampate in serigrafia su carta paglia, realizzato in ventisette copie contrassegnate con numeri arabi da uno a ventisette, Marisa Busanel è testimone di una visione di un fiume di luce azzurra in un deserto precipitato in un cielo immenso di pietra dove una stelle di acqua e di ombra ricorderà sempre la sua troppo breve solitudine su questa terra e la solitudine di tutti gli artisti.

"Le vie segrete" carta  smaltata -1989-

IL LUNGO VIAGGIO PER LUOGHI SCONOSCIUTI. Colla colori e fuoco

Quando fu presentato il lungo viaggio per luoghi sconosciuti, Rinaldo Funari, nomade ai quattro venti, veleggiava destinato a fuggire lontano dal soffio miasmatico della trans-avanguardia, deserto di ennesimi miraggi sgrammaticati di pittura figurativa. Rinaldo solida spugna e tempra cosmica di vecchio lupo di mare, aveva costruito nell'arsenale di Via Garibaldi al numero venticinque la sua barca cinque per cinque. Una sala per esposizioni e bevute, un cubo aperto sulla strada dell'arte. Una sera di questo secolo veniva presentato il libro fatto a mano, tredici tappe del viaggio di Ulisse, tredici pagine appese su una parete della galleria, staccate e esposte in sequenza. Salti di memorie, colori e spessori dove ritrovo ancora oggi frammenti di ricordi ogni volta nuovi, pure quelli che si depositano negli angoli ostinatamente più nascosti dell'essere e che ritrovo ogni volta solo sfogliando quei libri fatti a mano, di nuovo.

"Il lungo viaggio per luoghi sconosciuti", contiene un testo di Cesare Vivaldi e carte fatte a mano come legacci e brandelli di vele consumate dal sole, lacerate dall'acqua, beccate da uccellacci affamati o esseri ignoti inventati dalla paura o come solide trame di pelle d'animale o come fibre di sacri strumenti o come encausto su ordito di cotone o frammenti di carte da pacchi con colle e colori e fuoco.

La prima pagina, il cavallo e l'orizzonte.

Carta fatta a mano ocra legno, modellata per venature ondulate e rossovena scuro di sangue e vendetta. L'astuzia, a volte è crudeltà come l'ingenuità, che può anche rivelare artisti. Fabrizio aveva cinque anni e occhi di cielo azzurro. Perso l'interesse dopo qualche minuto di attenzione per l'opera concettuale che stavamo installando sulla parete di sinistra della galleria del centro culturale artein, prendeva una scaletta e armato di un grosso chiodo, un piccolo martello e un frammento di plastica a scoppio, attaccava la parete di destra, novello alpinista, ignorato da tutti. Il giorno seguente il critico più perspicace, quello a cui nulla sfugge, stupiva la platea e gelava il mio sangue. Sentenziava con parole da marziano che in fondo l'opera concettuale aveva fatto il suo tempo e che era molto più interessante l'opera che era alle spalle molto più carica di contenuti e problematiche. Sulla parete indicata un complesso monumentale metafisico costituito da un chiodone su plastica e ombre relative inquietanti che tutti gli allestitori artista compreso, avevano dimenticato il giorno prima. Pensavo a Fabrizio astuto costruttore di tranelli ingenuo e imprevedibile, a Ulisse e al viaggio necessario dove a volte l'inganno serviva per dare corso al destino, a scoprire la vera faccia delle cose e i veri nomi delle cose.

La seconda pagina, la tempesta.

Carta fatta mano di bianco cotone, velato specchio di morte, spuma salata, fibra, colore e colla, sagomata a forma di paura e bianca luce. Dentro la tempesta chiamava la voce di Marco, come Icaro, impaurito e imprudente viaggiatore a filo d'asfalto. Lanciava la sfida alla vita e la sorte che andava urlando la sua crudeltà gli negava la salvezza. Suo padre, il mio amico Paolo, quando mi guardava incredulo della sua stessa esistenza aveva negli occhi una esangue spuma di paura e tempesta e le sue parole disegnavano il nome del figlio ai margini di tutto ciò che ancora significava essere.

La terza pagina, il paese dei Lotofagi.

Flautata fibra con poca colla, verde frusto filigranato, come strumento di vento e frammento minuscolo arancio, solitario ordito di cotone magenta e giallochiaro fusi. Ultimo ricordo di una improponibile terra di uomini perduti tra le memorie di altri ed era una frotta avida di frutti che donano un languore che sa di morte e andava a passo neoclassico di marcia finale e vagava senza meta come foglie secche che cadono senza pi vita, orda di cavalieri con l'insegna dell'ibrido citazionismo che non conosceranno mai la bellezza dell'idea.

La quarta pagina, la pietra volante.

Carta fatta a mano verdelauro rossosangue e bluoro. Posidone, fetore di mare cavalcava il parapetto del marciapiede prospicente la galleria e nascondeva trai capelli un drago verdefurioso, tredici gabbiani a riposo e un ippocampo nano. Nella mano destra tratteneva un grosso occhio sanguinolento e vischioso e con la mano sinistra portava alla bocca gianduie e masticava con gioia di bambino goloso. Stava facendo notte e arrivavano gli albatros di buon augurio. Una stella che girovagava in lontananza accendeva desideri e speranze. In altri luoghi una cima di montagna volava cieca a portare la morte ma si inabissava su se stessa. Rinaldo salito su una ala di albatros aveva scambiato il tridente di quel fesso di Posidone con una confezione di gianduiotti, e con questo, diceva, bucherò gli occhi di chi ci vuole mangiare vivi.

La quinta pagina, l'otre dei viventi.

Carta fatta a mano con trama di cotone colla e colore cieloturchese chiaro, carta compatta bluotre carico di venti encausto su carta fatta a mano con tempera e cera vergine. Preziosa custodia del silenzio. Andavo a volte, quando faceva buio ma persistevano ancora luci e rumori a cercare il silenzio con l'otre sotto il braccio o un giornale fresco di stampa o una bottiglia di liquido dorato verso San Polo delle montagne dove ancora l'aria profuma di silenzio e pace. nel cuore della notte, nel cortiletto del mio studiolo, davanti al silenzio del cimitero costruito sulla collina di fronte, dentro il silenzio della profondità della valle, al di là delle montagne più lontane, se bevevo una goccia di quell'oro, nascevano pure stelle.

La sesta pagina, l'antro della maga Circe.

Carta fatta a mano morbida, corposa, blu e verde encausto, fibra di velo e filaccia di blu, nerolupo delle tane nero e nero verdeserpente. La divina figlia di Elio sostava col suo animale al guinzaglio davanti al cubo aperto della galleria di Rinaldo aspettando nuove vittime. L'animale aveva un muso immondo un pò porco un pò ippopotamo con croste di colori sulla coda e culo basso ed era sormontato da cinque sei cavalieri armati di pennelli sgocciolanti illuminati dalla scintillante spada del cermoniere delle arti dell'inganno che volteggiava nudo come un pesce parlante sulle loro teste girate all'indietro per l'eternità.

La settima pagina, le bocche di Bonifacio.

Carta fatta a mano ocrarosso e oro. Alta muraglia mille e più volte le mura di Tebe. Altezza che ai deboli di sguardo appanna il coraggio. L'oro è l'inganno e la fibra è la solidità della pietra che emerge dal mare, cavità profonda che miete vittime. Orfeo il poeta amico delle anime in cerca di strade canta e indica la giusta via tra quelle fessure spaventose perchè apparentemente impenetrabili. Emilio Villa riconosceva sempre gli amici e le loro voci. Compagno generoso di visioni diceva subito che quelle fessure lui le aveva oltrepassate in canotto remando e mangiando miele e uccelli neri del profondo inferno già dai tempi in cui Filolao attizzava i fuochi delle costellazioni.

L'ottava pagina, Scilla e Cariddi.

Carta di bianco velo filaccia di spuma e violaceo encausto su carta da pacchi riciclata. Quella sera incredibile dall'incerta stagione i secoli rotolavano come onde sulla riva e allora apparve uno straccione ferito a sangue sotto il ginocchio seguito da un vecchio cane più pelle che pelo. Cercavano un definitivo rifugio tra quelle pagine che erano un breve sogno di carta poichè il tempo stava dilaniando le loro povere ossa. L'uomo prometteva sangue e vendetta, la bestia ringhiava debole e morente. Vivrò due volte - diceva l'uomo - una con questo corpo vecchio e malfermo tra le correnti dei mostri, l'altra col segreto dei venti sulle vele e sui mari densi di promesse. Come ombre, poi, scivolano verso i gradini di marmo del tempo barocco a mendicare sogni e realtà.

La nona pagina, l'isola delle sirene.

Carta fatta a mano con onde sinuose e canti d'azzurro chiaroscuro. Corde d'acqua che implorano d'essere bevute e d'essere intrecciate con le vene riarse della gola e spingono a bere quel suono che attraversa l'essere, tutto. Le sirene hanno il corpo nato da luce di stelle e sale di mare. Anna era una mia allieva e aveva le mani di luce d'argento e il corpo di sale di mare. Lavorava nel mio studio e costruiva spille, cerchi di metallo e storie di stelle. Diceva che ero un fratello ma aveva negli occhi ruote d'acqua e colore bianco. Io le dicevo che ero un mago del volo - un giocoliere ed avevo compagni votati allo sbaraglio e agli scherzi. Nascevo sotto la stella totale della lotta e per credo avevo il gioco del ramarro. La morte non esiste - dicevo -l'arte la voglio dentro la vita in percentuale totale e ancora le raccontavo che lei nasceva con le mani sulle stelle e mescolava ancora luci e riflessi, scherzi e sorrisi.

La decima pagina, l'isola del sole.

Carta fatta a mano, carta da pacchi, encausto su carta ocrapolvere e orosacro. Isola di armenti dove vibra il segno di una sicura morte e l'unico che deve restare in vita si imbeve dell'amore delle cose sopravvissute alla memoria e all'amore per le cose che sanno di futuro e deve partire sicuramente verso l'ennesima tempesta. Davanti a sette tori grigioneri e terra bruciata solo e senza scorta, spalle alla valle, alla gola polvere ocranebbia e alle orecchie zoccoli battenti, impugnavo il mio bastone da turista coraggioso come il tedoforo pronto a far brillare in volo l'eterno fuoco e dissimulavo invano, nel tentativo di restare immobile, un tremore di gambe che ormai andavano da sole. Forse un tremore più forte mise in fuga quei tori sacri ai montanari di San Polo. Paura e fortuna. Riprendevo il mio cammino lontano da quelle bestie divine.

L?undicesima pagina, l'isola della ninfa Calipso.

Carta fatta a mano blu verde ocra encausto di fili nodosi di radici e azzurro mare e grigiopianto. La dea disegnava per l'eroe la forma immortale del futuro. Tra giallo cedro dal profumo rovente - oro di canti e sempreverde di mare, rossi frutti, acqua dolce d'argento e uccelli a gioire per la bellezza del volo, l'eroe malinconico cercava, in sogno perpetuo, la partenza da quella spiaggia grigiopianto. Al dono del rosa profumo della vita eterna l'eroe anteponeva il futuro incerto di una zattera fatta con le proprie mani. Buonanotte regina, all'immortale noia del manierismo preferisco i sogni. Parto per il paradiso degli uccelli re, sopra una zattera fatta di carta con aria di cotone, colla colore cera.

"L'isola dela ninfa" carta fatta a mano e pittura -1982-

 

La dodicesima pagina, il giardino dei Feaci.

Carta fatta a mano verdereame, radici salde e folte, verdi, trasparenti, azzurro presagio encausto biancoverdastro pallido con cera bianca tempera e cotone. Gorgoglio di frutti e rupi di foglie e fiori. Luogo di profezie opera di un re più albero che uomo. Era un vecchio solido, agile sguardo lontano e mani come rami freschi di ulivo. Lavorava solo per lo stupore degli uccelli e preparava alberi iniziatici come l'albero delle pere dai dodici innesti. Spicchi carichi di frutti per la sfera luogo di nidi per tutte le specie. Mio nonno, re delle fragole cercatore d'acqua ed esperto in esplosivi, aveva occhi azzurri ed era costruttore di oracoli.

La tredicesima pagina, Itaca.

Solo encausto. Cera vergine ocra chiaro e scuro e foggia di terra e fibra orizzontale rosso sangue scuro profondo. Arco e lavacro. Dardo e morte. Nella tensione dell'arco vibrava la leggerezza del fuoco finale che scaldava il legno e portava la morte. La leggerezza del fuoco scioglieva la cera che si appiattiva e diventava orizzonte. Come carta che nasce all'aria sotto encausto che profuma di promesse e incertezze, così è la terra che ormai appare vicina e il ritorno ha il sapore di vita nuova desiderata da secoli.

"Il volo ferito" Carta cerata e pittura su carta velo -2002-

 

LA PIETRA VOLANTE. Bianco e rosso.

Tra la notte e l'alba di un giorno di aprile del 1981, con Luigi Bonfà e altri amici nottambuli di ventura, sotto una veranda traboccante di fiori nuovi di primavera, con vino arte e poesia, dove nessuno era di questa terra e ognuno era intento a fermare il tempo, tra voli scoperti e voli sottoterra, tra soffi e grida, carezze e sferzate, da quei momenti fino al dardo del primo autobus del mattino conficcato nei nostri discorsi, pensavo alla pietra volante. Ventuno copie color fegato e morte, azzurro oro e mare aperto.

L'attimo in cui la pietra volava, si coglieva negli occhi dell'eroe e dei suoi marinai, l'ultimo brandello di terrore. Nei loro cuori c'era la forza della vita e la prossimità della morte. Quel sensuale bestione oracolo di morte e mangiatore di uomini gettava l'ultimo possibile tentacolo. Quella sua lingua di pietra, estrema punta, voleva risucchiare l'ultima speranza dei fuggitivi. Rosso e bianco avevano insudiciato i loro capelli, le loro mani, i loro vestiti il sangue dei compagni divorati e il latte sbavato da quella creatura della paura. Nella caverna era la storia del doloroso incavo dell'occhio in fiamme. I viscere o oro, o il nero o la vita, o il vuoto o la storia dell'oro. Nella caverna era la leggenda oscura del potere.

All'esterno, però, la salvezza, mentre la pietra scendeva, a tutti nasceva improvviso, un cuore d'acqua e volavano sguardi più veloci del vento. Ma la forma fortuna era di nuovo aperta, allo sbaraglio: attimo di sospensione quando sulla soglia della perfezione appare la luce e ciò avviene solo in rapido lampo. Allora si può anche sorridere al tempo e al dolce racconto dell'azzurro, di nuovo. Di nuovo la leggerezza scomposta dei fiori d'acqua sempre pronti a nascere e morire contro i venti e disegnare sui legni della nave fuochi e riflessi.

Non ho mai dimenticato i colori e una fuga di Luigi, una volta di tanti anni or sono, quando piombava in verticale dentro un enorme fusto contenitore di calce bianca perchè cedeva la fragile copertura di legno che fungeva da coperchio e perchè fuggitivo e insidiato dalla polizia che aveva circondato l'edificio intero dell'Accademia di Belle Arti. L'avevamo appena occupata. Ci portavano in questura insieme ad altri "in nome del popolo italiano" e sul cellulare cantavamo. Anche Luigi, completamente bianco nei vestiti ma tanto rosso nel cuore.

Nè ho mai dimenticato il male congenito del suo fragile cuore, nè che stavamo ormai vivendo ciascuno la propria vita due fughe diverse.

Lui, con le sue scimmie tra la folla di un autobus di periferia stracolmo, dove impiegati, studenti ed operai, con l'aria assente si preparano a sopportare un'altra giornata di lavoro e quelle scimmie, su quei quadri a olio, passeggere paganti, appese agli appositi sostegni, sembravano gli unici esseri allegri del mattino.

Io con i miei libri, le mie carte fatte a mano, a fuggire gli antipodi dell'epica deformità della trans-avanguardia, monocolo peloso pelle pellicola ripassata più volte, da quella pietra sernz'acqua, da quel corpo senz'anima con quella maniera riproposta alla maniera dei venditori di specchi, da quei lumicini di cocci di bottiglia incollati con le parole.

Nasceva la Pietra Volante perchè bisognava conoscere tutti i luoghi ancora sconosciuti sparsi a raggera da quella notte alla fine della luce e superare gli ostacoli, evitare i pericoli, le mostruosità cieche.

In quel tardo mattino d'aprile, sognavo il sogno dell'arco. Tendevo lentamente l'arco verso le buie meraviglie di quel colore chiamato blu sogno perchè si può solo sognare. Arrivato al momento della tensione massima, lungo la costellazione del capricorno, lasciavo partire il dardo e ogni volta la fortuna era mia, trovavo una stella e il selvatico cacciatore scovava il cuore bianco del chiarore e colpiva e provocava frammenti a raggera che silenziosi si allontanavano. Andavano in quel colore soltanto mio.

"Luna nello stagno" Pittura su carta cerata e carta velo -1987-

L'UCCELLO AZZURRO. Carta verdeacqua.

Il figlio volava e subito ferito agli occhi esauriva il sogno. Euforia e panico dentro la stella, dalla luce solare al salto del lampo nero. Con sforzo di purezza e calcolo Dedalo invece avanzava e cominciava a segnare la mappa delle parti alte ed era l'inizio delle storie, la spina dorsale del volo, la prima opera, arco tra poesia e progetto, fatta coi resti d'alveare e incollata sulle deboli spalle umane protese a fendere la pelle luminosa del silenzio come pagine di velo di carta sfogliabili ad ogni movimento che segna la salita e rinnova il desiderio.

Era stato per una voglia di mele o un po' di frutta per la cena di una serata carica di vento freddo d'inverno, di quelle che ti lanciano quasi una sfida a uscire allo scoperto, che mi incamminavo in una valle nascosta di Dorsoduro, quasi dormiente, come una bambina agli ultimi capricci serali nell'ora in cui i passi dei camminatori notturni si diradano minuto dopo minuto e diventano rari fino a morire di silenzio ed entravo in uno di quei piccoli negozi di Venezia sagomati dallo sciabordio dell'acqua dove acquistavo due chilogrammi circa di mele deliziose e quindici chilogrammi precisi di carta verdeacqua e azzurrocielo fusi, meno un foglio che serviva per incartare i miei frutti.

Conversazione e patteggiamento. Incuriosito e visibilmente soddisfatto il mercante arrotondava il suo incasso giornaliero con quella vendita inaspettata e sottolineava il fatto che anche a lui quella carta sembrava diversa dalle altre che gli erano capitate ma che tuttavia la mattina seguente avrebbe provveduto a procurarsene altre poich? non poteva trattare i suoi clienti senza il dovuto riguardo.

Le mele erano gustose e la polpa fresca e croccante.

La carta docile al pastello e alla piega, impasto d'acqua e aria morbida e pelosa depositata sul tavolo più vicino alla finestra ed esposta al centro della bianca cintura della luna, aveva formato l'orizzonte stratificato del grande tempio del volo senza porte nè mura di cinta, intorno era la notte e portava il silenzio totale.

Alle prime luci dell'alba venivo svegliato da una ventata gelida che si insinuava nei miei occhi ancora pieni di sonno. Davanti ai vetri della finestra, bianco opalino inverno una figura di uomo uccello disegnava un'ombra che lentamente prendeva la via della luce esterna staccandosi dai fogli del tempio del volo. I vetri tintinnavano violentemente nel momento dell'attraversamento ma restavano intatti e una forma azzurra di volo si dissolveva allontanandosi verso i comignoli di Venezia.

Il Sestriere si stava svegliando e sotto la finestra i primi passi mattutini dividevano il sogno dalla realtà. Sul tempio del volo più tardi rinvenivo tracce di cera, piume, sabbia, mota, legno, legacci e un messaggio. L'uccello azzurro abitava gli spazi lucenti della parte alta del luogo dell'orolontano insieme a quelle creature volanti che in tempi remoti e futuri per desiderio di conoscere gli estremi sfogliabili del tutto viaggiano toccando la pelle luminosa del silenzio.

"Le insidie" Pittura, carta velo e cera su tela -2001-  

 

BASTIE. La luce del faro.

In una notte lucente di fine giugno Nelio Sonego, sontuoso, silenzioso, esibiva la sua giacca nuova passeggiando per Korut Lenin. Era una giacca indubitabilmente bella. Simil-Cammello puro: ocra chiaro riflesso vellutato. L'aveva ottenuta in prestito da un amico di Ponte della Muda.

Budapest per la settimana della cultura italiana ospitava l'esposizione dei libri fatti a mano delle edizioni artein. Eravamo ospiti della municipalità di Budapest e alloggiavamo presso il Grand Hotel Lenin Korut e ci sentivamo i padroni della citt?. Con Nelio dividevo l'appartamento in quell'albergo che offriva un ottimo servizio.

Tutte le sere, dopo il lavoro presso la J. Galery ci immergevamo dentro la storia della città. Eravamo incantati dalla maestosità del Danubio col suo grigio argento splendente. Placido e gigante il fiume celebrava sogni d'amore e soliloqui musicali vite di santi e di eroi.

L'ampio respiro di tanta acqua era allo stesso tempo mansueto e possente, da ferire la terra in profondità e restituirle luce al suo passaggio e donare ai viaggiatori del cielo tanto spazio per i riflessi dei voli.

L'ultima notte del nostro soggiorno a Budapest pioveva. L'aria era pulita e la pioggia, a tratti non eccessivamente forte, era anche piacevole. Passeggiando nella pioggia, lungo la riva di Buda il fiume padre delle acque, donava maestosa doppia nel suo riflesso, d'incanto, una Bastia, tra gli umidi colori dello spazio. Intorno a questa l'infinito volo degli occhi lasciava capire, sentire questa estensione era lì per noi, per tutti e forse, o sicuramente, impossibile misurare. Nelio aveva un'altro problema: avere quelle parti delle scarpe che posano in terra bucate e la pioggia lo infastidiva un po' perchè la strada era bagnata.

Il giorno dopo partivamo da Budapest. Lungo la via del ritorno consumavamo tutti i fiorini rimasti in una trattoria di confine per un pranzo che riservava a Nelio immancabilmente il solito brodetto. Pescavamo a caso nei menù scritti in magiaro e la fortuna aveva riservato a Nelio la serie infinita di tutte le varietà di brodo esistenti in Ungheria.

Oltrepassato il confine cominciavamo a parlare di segni, spazio, tempo, misure e tornavamo così verso le nostre solide astrazioni. Verso sera in direzione di Trieste ormai vicina nasceva Bastie. Per un bisogno: essere come fosfeni tra gli umidi colori dello spazio, essere in volo sull'acqua, attraversare i fuochi dei perimetri, scolpire i voli e cercare gli angoli dell'aria, restituire alla leggerezza e fragilità della carta l'immensità immortale della luce quando si è toccati dall'idea del volo. L'idea di quel piccolo volo bianco correva con noi sulla quattroruote di Nelio che mi depositava a notte ormai fatta alla stazione ferroviaria.

Da Trieste a Roma mi aspettava una buona dormita in cuccetta. Non prima però di essermi lasciato cullare dal treno che scendeva la collina illuminata dal faro con un movimento largo e delicato.

 

"Il giardino dei Feaci" Carta velo e cera -1999-

SIRENE. Un libro del futuro.

Il libro è per chi prova con forza la memoria che affiora e affonda quando chiama l'anello suonante dei sussurri. Diciotto esemplari numerati con numeri arabi da uno a diciotto carta da imballo forte grammatura, monolucida, come pelle d'animale di mare. Impuro impasto di cellulosa e carta riciclata con piccole squame, come scheletrici fiori di rupi assassine.

Strappi lievemente obliqui, pelosi come vele squarciate al miraggio. Inchiostro tipografico verde sirene, in colonne verticali. Come rete d'acqua e smeraldo che goccia dopo goccia cattura i corpi provati dallo splendore di quella sfida.

Voleva sapere chi eravamo, noi due, appena usciti dall'acqua diaccia di un 8 Dicembre sotto una pioggia intermittente, seduti, sulla spiaggia alla giusta distanza da quelle onde che si allargavano come lingua d'animale vischioso.

Immersi nel grigio impasto di sabbia nuvole e acqua fissavamo un orizzonte senza certezze ed io, nel momento della fortuna quando la luce del sole trovava, per un sortilegio insperato, un passaggio argentato tra le nuvole e cambiava totalmente la visione del mondo, le dicevo che eravamo soltanto dei solitari, gente che vola. Nessuna cosa al mondo avrebbe mai fermato quell'andare per sogni. Nè le voci stregate delle sirene nè il segno orizzontale o elevato della solitudine. Andrò anche solo, carta e memoria con la mappa dei voli e la divina simulazione dell'arte nelle tasche. Con pensieri piumati andrò a sventagliare l'anima del volo, quella specie di travolgente arco in forma di respiro che è l'idea dell'ascesa.

Andr? con polvere d'oro pallido, ricco, orocarta e polvere di specchi, acqua, tempere, cere e pastelli, aria, smalti, colla di tritone marino e squame di sirene, o colle di cane demente e veggente, a fabbricare ali con la certezza del volo e con la gioia malvagia di quella certezza

Andrò a cercare le anime alte degli uccelli compagni dei cicli a dorso del genio del volo con docili azzurri battiti d'ali, e violentissimi azzurri, respiri di bestia.

Scheletro muscoli e piume, andrò. Nel futuro.

Nel futuro, in uno dei libri fatti a mano da uno dei maghivisitatori del luogo dell'orolontano, balugina la leggenda dell'antro delle sirene dormienti.

Di quel viaggio si racconta che un mago abile e solitario, oltrepassa senza muovere alcunchè, con arte e leggerezza di volo, o l'antro di quelle creature, tanto dolci e crudeli, durante il loro sonno. Trame di ali di farfalla, fittissime come nebbia proteggono quei corpi di sale, ricoprendoli per l'intera notte, con pulviscolo di splendore e colore. Basterebbe un alito sottile o un lontanissimo colpo di vela ad incendiare quel risveglio forse temuto, forse voluto, per una prova, per un desiderio, per una sfida.

 

"..fittissime come nebbia proteggono quei corpi di sale"  Carta cerata e carta luminescente -1989-

I MAGHI DELL'OROLONTANO. Una notte del 1990. Il cielo si apre.

Di rado incrociavo altre macchine, quando, a notte alta, viaggiavo verso S.Polo alla ricerca di una porzione di solitudine fortemente desiderata e meritata, nel tratto finale di quella strada che dalla pianura cominciava a segnare nervosamente la collina, con un graffio di asfalto pieno di curve.

Era di una bellezza commovente penetrare il buio dell'ultimo tratto di quella strada scavata in salita tra bianche rocce e tremori di stelle.

Avanzavo e il buio sfumava docilmente sotto la luce dei fari che aprivano l'oscurit? e lasciavano avvicinare il cielo. Era quasi primavera e quella notte la notte dei maghi dell'orolontano, al mio arrivo con l'ultimo gemito meccanico tredici cavalli verdealga, calava uno schermo a separare due mondi seppure restava una folla di cose passate nella memoria, ma netto era il senso della distanza, il passaggio tra ciò che era stato e il futuro.

Nel rifugio di quel borgo antico, l'attesa di un nuovo lavoro era bagnata dall'intensa bellezza della notte ed era una sete che provocava il bisogno di preparare altri voli.

Cominciavo così a stendere il colore, sul cotone, adagiato con soffio di farfalla sul piano di marmo venato, collocato sotto il pergolato di quel cortiletto che adibivo a studio esterno per la fabbricazione della mia carta.

Quello spazio era stato ricavato nella roccia, tra una grande e giù piumata pianta di fico e una fioritura di pesco che sembrava brillare di luce propria.

Uno strato di notte, acqua, colore, una forma di luna senza peso apparente, una parte di cerchio e il neronotte colava fino a bagnare il bianco di Carrara e scendeva silenziosa da un passino polvere d'oro.

carta con fili di seta argenati e cera -1992-

lievi paure,

 lampi, vento e boati;

poi lo srosciare...

A. Filieri -haiku del 1992 scritto presso la casa del Passo del Falco 

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